Emanuele Trevi: Nella città del pane e dei postini

Cicconi Giorgio

Nella città del pane e dei postini (Diabasis, pp.233, euro 12,50) è il titolo, già di per sé attraente, di uno dei libri più strani, toccanti, inclassificabili della recente prosa italiana. Il suo autore, Giorgio Messori, nato nel 1955, aveva pubblicato nel 1983 un primo libro (di racconti) firmato assieme a Beppe Sebaste, L’ultimo buco nell’acqua, e in seguito una manciata di scritti sparsi su varie riviste e antologie, come i Narratori delle riserve di Gianni Celati. Qualche anno fa, prendendo al volo una di quelle rare e preziose occasioni che il caso a volte ci offre per modificare (perlomeno esteriormente) il corso della nostra esistenza, da Reggio Emilia si è trasferito a Tashkent, in Uzbekistan, per insegnare letteratura italiana all’università. Ed è attorno a questa cesura che si sviluppano le ramificazioni del suo racconto. Che necessariamente procede in avanti, facendosi cronaca minuziosa e avvincente di una vita nuova, e nello stesso tempo, con sempre maggiore frequenza, scava in direzione di un passato che la distanza, si direbbe, illumina e ravviva come mai era successo prima. Questo doppio movimento, molto accentuato nella seconda parte del libro, conferisce all’io narrante uno spessore di verità psicologica altrimenti impossibile da raggiungere. Paradossalmente, la storia iniziata nel segno della discontinuità (il trasferimento in Uzbekistan, il lento processo di adattamento a una realtà sconosciuta…) diventa anche una lunga e articolata riflessione sulla continuità del sé, sui contenuti della memoria individuale, e soprattutto sull’idea, generosa e ambigua, di «nostalgia». Non è un proposito facile, quello di Messori. Ogni scrittura del sé, confessione, interrogazione dello specchio di Narciso, comporta, dal punto di vista dell’efficacia estetica, la necessità di scelte formali molto più rigorose di quanto potrebbe apparire a prima vista. Ed è un gioco sempre rischioso, proprio perché, d’altra parte, l’oggetto della rappresentazione è il flusso dell’esperienza, con tutti i suoi caratteri nativi di informità e casualità. Messori è consapevole di questa difficoltà, e ne fa spesso e volentieri oggetto di riflessione esplicita. Se sceglie la struttura del diario, con il suo depositarsi e stratificarsi degli eventi e dei loro riflessi interiori, scanditi dalle date del calendario, non si adatta mai alla potenziale inerzia di questa che si potrebbe definire la più “pigra” delle forme narrative. A due mesi scarsi dall’arrivo a Tashkent, per esempio, quando il processo di acclimatazione è ancora in fase iniziale, un piccolo incidente con il computer –la cancellazione di due settimane di diario- suscita una prima riflessione nello scrittore giustamente insospettito dalla «confortevole forma» di quello scrivere giorno per giorno. «In effetti», confessa Messori, «mi accorgo che la forma del diario non è quella del racconto, che forse ci può essere un racconto scritto in forma di diario ma non viceversa. Nel senso che un diario può coincidere solo parzialmente con una narrazione». Eppure questo tipo di scrittura, e la benefica porzione di quotidiana solitudine che ne è il presupposto, sono una condizione essenziale in quella lenta e complessa decifrazione di un mondo estraneo che ci viene raccontata. Come recita l’adagio di Alberto Giacometti, citato e profondamente condiviso da Messori, «non so quel che vedo se non lavorando». Questo lavoro, insomma, non è il registro postumo, la certificazione notarile delle avventure della mente e dello sguardo. E’ esso stesso, parola dopo parola e riga dopo riga, la mente e lo sguardo che si affacciano sul disordine delle cose.

Cicconi Giorgio2

Fotografie di Fabrizio Cicconi, Tashkent, Uzbekistan, 2000.

Le risorse di orientamento connesse alla scrittura sono visibilmente all’opera in tutte le pagine di questo libro, e ne costituiscono il vero motivo di fondo. E’ un orientarsi sia letterale, che metaforico. Con i suoi vialoni trafficati e tutti gli spazi monumentali e di rappresentanza lasciati in eredità dall’urbanistica sovietica, sottilmente contraddetta da una seconda città di vecchie case e giardini segreti, Tashkent è un luogo difficilissimo da fare proprio. A Messori ricorda l’America di Kafka. Fatto sta che, come in pratica tutte le città asiatiche di grandi dimensioni, non è assolutamente un posto adatto per passeggiare. Questa privazione è importante sia sul piano pratico che su quello simbolico, perché comporta la rinuncia a una modalità tipicamente occidentale di conoscenza e “appropriazione” dello spazio, soprattutto urbano. Non a caso, è tanto un’attività reale che un genere letterario. Produce abitudini, affetti, legami vitali tra gesti e pensieri. La città asiatica non offre mai, almeno al primo impatto, il sentimento confortevole di un continuum creato dai propri vagabondaggi. Ci si sposta da un luogo all’altro (la casa, l’aula dell’università, un teatro, un ristorante…) disegnando vastissime e incomprensibili geometrie. Anche il senso estetico è coinvolto in questa condizione di totale straniamento, come se la bellezza della città –o meglio, ciò che della città può essere riconosciuto e apprezzato come “bello”- giocasse a nascondino con l’osservatore, facendosi più intuire che realmente godere, rimandando sempre l’incontro a un’occasione migliore.

Nella città del pane e dei postini è però, oltre che una precisa testimonianza di un sovvertimento totale di modi di vita e abitudini di pensiero, anche il racconto, affettivamente molto intenso, di un processo di radicamento nella nuova vita, e nella nuova patria, che il destino ha riservato al protagonista. A un certo punto, Messori riflette con grande acutezza su due modelli archetipici di viaggiatore, Ulisse ed Enea, ed è la storia del secondo a convincerlo di più, a rivelargli un maggiore potenziale di verità. Perché Enea non ha più un’Itaca alle sue spalle, si è lasciato dietro solo le macerie informi di una catastrofe. Ogni volta che contempla la strada del ritorno, la vede sbarrata dalla frana dell’impossibile. Questa proiezione nell’archetipo epico non ha, ovviamente, nessuna conseguenza “eroica” nell’immagine che Messori costruisce di sé. Si tratta, semmai, di raccontare una storia d’amore modulata sui toni di una straordinaria dolcezza – una storia che accade mentre viene scritta, e si fa comprensibile al protagonista proprio mentre la scrive, non meno di quanto accade con la sconcertante topografia di Tashkent. Di pagina in pagina, seguiamo con emozione la fiammella di una nuova intimità che cresce e si fortifica, protetta da una nuova casa, da un giardino, da un reticolo fitto e vibrante di gesti quotidiani capaci di creare, nell’incomprensibilità del mondo, un mondo finalmente comprensibile. Ma l’aspetto più efficace di questo racconto d’amore intrecciato al racconto di un esilio volontario, di un allontanamento senza ritorno, è che entrambi prendono le mosse insieme, in pratica nelle prime pagine del libro. Proprio mentre il protagonista sta iniziando a guardarsi intorno, inizia anche a innamorarsi. Nemmeno nel romanzo più furbamente concepito a tavolino, Messori avrebbe saputo rendere con tanta evidenza e credibilità questa esigenza profonda e insopprimibile, e pienamente umana, dell’istinto. E gli crediamo davvero, quando ci parla della sua nuova patria che è una nuova donna, e una nuova casa dove una finestra rimane accesa, per rendere più facile il ritorno, quando la notte uzbeka oscura tutte le strade.

Emanuele Trevi

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