Carlo Bordini: Appunti per un convegno su Giorgio Messori

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Qui ci sono molti amici di Giorgio, in questo convegno, ma noi non facciamo questo incontro perché siamo amici di Giorgio, ma perché Giorgio è un grande scrittore. E i grandi scrittori servono per vivere meglio; diciamo per vivere. Soprattutto scrittori come Giorgio, così poco libresco e così legato alla vita.

Un’altra ragione è che Giorgio non ha avuto il riconoscimento che la sua opera merita ed è ancora poco conosciuto. E a questo punto, bisogna aggiungere che Giorgio era, letterariamente, un isolato. Non aveva nulla a che fare, letterariamente, con i suoi amici conterranei che fanno capo a quella tendenza che in linea generale si può denominare come la tendenza del Semplice. Era molto legato alla letteratura mitteleuropea, Walser, Kafka, Bernhardt. La sua partecipazione ad Aelia Laelia non fu casuale; anzi, lo segnò profondamente. O meglio, fu proprio lui, insieme a Beppe Sebaste, che creò e caratterizzò Aelia Laelia, che fu subito cosciente del suo significato. La scrittura come qualcosa di irregolare, fuori dagli schemi. Il suo libro principale, infatti, Nella città del pane e dei postini, è un libro irregolare, fuori da qualunque consueto schema narrativo.

Giorgio non era uno scrittore che costruiva la sua carriera; seguiva i suoi impulsi profondi e si faceva muovere solo da essi. Quindi era anche poco conosciuto, finché la forza del suo libro non esplose; ma continuò ad essere appartato. E’ quindi, anche per questa ragione, un grande scrittore conosciuto da pochi.

In questo quadro, la sua decisione di andarsene dall’Italia svela una logica più profonda del normale desiderio di girare il mondo o di stare in un ambiente migliore. Giorgio si appartò. Fu quindi un solitario e un eretico; ma un eretico felice. Era un centro per molte persone, sia a Reggio, che a Thaskent. I suoi studenti lo adoravano. Ma fu molto autonomo, e non seguì nessuna moda.

Si può dire che Giorgio era uno scrittore che scriveva a voce bassa. Per questo molti non lo hanno capito e lo hanno definito uno scrittore “garbato”. Con la sua voce bassa sapeva dire cose terribili e altissime; la morbidezza della sua voce non era garbata nel senso che andava molto molto in profondità. Confondere la levità col garbo è stato un grave errore. Giorgio era uno scrittore molto profondo. E anche molto spesso sgarbato.

Aggiungiamo, come corollario, che Giorgio non ha mai strizzato l’occhio al mercato. Nulla di lezioso, nulla di mondano, nessuna traccia di narcisismo. «Sei solo. Quanto meno gesti. Nulla da mettere in mostra» (Holan): così finisce “Il giardino”, uno dei grandi capitoli de “Nella città del pane e dei postini”. E Celati, in una breve lettera che inviò al convegno su Giorgio che fu fatto a Roma, mostrò di aver compreso questa solitudine in modo esemplare. Nel silenzio di Giorgio c’è una profonda riflessione.

Possiamo dire che Giorgio ha passato tutta la vita alla ricerca di se stesso. Per noi che cerchiamo noi stessi, la sua scrittura è dunque una stella polare. In questo senso – parlo per me ma per molti che sono qui in questo convegno – Giorgio è uno degli scrittori della nostra vita. Giorgio scavava nel fondo della sua e della nostra coscienza. Della sua e anche della nostra fragilità; ed anche del bisogno di superarla. E vorrei dire che la sua opera principale, Nella città del pane e dei postini è una sorta di esame di coscienza. Certo è anche molte altre cose: uno splendido libro di viaggio, una toccante storia d’amore, ma il fondo è quello di un uomo che, complice la solitudine, complice lo stare fuori del mondo, ripercorre le tappe della sua vita e ricerca una luce, una soluzione, un superamento. Fatto, questo, con grande naturalezza, come un gesto naturale, e qui torniamo ad Aelia Laelia, l’anormalità, l’anomalia di questo libro, il fatto che quando l’ha iniziato Giorgio non sapeva di star scrivendo un libro, e il fatto di non saperlo gli dava un’innocenza, una mancanza di doppiezza, di calcolo, che gli permetteva di andare nel profondo in modo naturale. Il libro infatti inizia come un diario, poi va approfondendo, riflettendo. Un libro in gran parte introspettivo, un viaggio, anche mentale, impostato fin dall’inizio come esperienza esistenziale, alla ricerca di un destino; e il libro infatti alterna parti diaristiche (tra cui, toccante, poetico, di una grande comprensione dei meccanismi dell’innamoramento, e anche di una delicatezza ottocentesca, il resoconto dell’incontro con la donna della sua vita), a una serie di riflessioni che portano molto lontano. In fondo Giorgio è un uomo che cerca di salvarsi abbandonando questo mondo (in senso fisico, reale, andando a Taskhent) e in senso mentale, ripercorrendo le strade della sua vita, della sua fragilità, e cercando di arrivare a un equilibrio positivo. Ed è questo, io credo, il messaggio che ci ha lasciato:

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Fabrizio Cicconi, Uzbekistan, 2000 

Messori si sente Enea, che fugge da una catastrofe, e non Ulisse, che torna nella sua patria dopo una vittoria; ma un Enea che vuol vivere in un permanente Estero, un Estero scelto per non stare da nessuna parte, per sfuggire all’angoscia della catastrofe, della storia, della guerra che si svolge a non molti chilometri di distanza, alla crisi della civiltà dalla quale è in fuga. Il tema del viaggio svolto da Messori è dunque quello del non esserci, del vivere in una sorta di universo parallelo che non è più il paese di origine e neanche il paese di arrivo, perché in esso, data la propria estraneità, non si partecipa alla vita degli altri. Un libro sul migrare per essere fuori della storia e della violenza della vita, dentro i ritmi naturali e apparentemente semplici del fluire delle stagioni. Una fuga come quella del protagonista di America, il romanzo di Kafka di cui tanto parla nel suo libro, alla ricerca di una felicità.

Questo libro non sarebbe stato possibile senza l’Uzbekistan. La descrizione di questo mondo all’estrema periferia del mondo, dei suoi grandi teatri fatiscenti, del suo Conservatorio che ha “quella solidità un po’ sordida e polverosa che si può immaginare nei palazzi giudiziari descritti da Kafka”, il fascino di questa grande città acefala, si incrocia con lo stato d’animo del protagonista, alla ricerca appunto di un Estero in cui poter vivere o trascrivere la propria fragilità. Ed è questo il leit-motif di questo libro, che ha la svagatezza poetica, la levità e il fascino un po’ slavato e la lentezza di un film in bianco e nero.

E’ come essere arrivati nella “Zona” di Stalker, il film di Tarkovskij, scrive Messori, un luogo in cui non succede niente, in cui si è stupiti di una calma improvvisa, in un terreno vago, in uno spazio che si può popolare di fantasmi perché non presenta alcuno volto riconoscibile. E il riferimento a Tarkovskij riguarda anche un altro film, Solaris, e anche qui c’è un riferimento al vuoto e al silenzio di una città in cui possono nascere le isole della memoria. E’ come stare nella pausa di qualcosa, in cui il minimo bagliore diventa eterno, in una sorta di sonnambulismo in cui possono proliferare i ricordi. E questo è favorito dal carattere peculiare della città, dal suo essere il dopo di qualcosa, di un ideale di uguaglianza che forse non c‘è mai stato ma che è esistito come ideale, e adesso non c’è più. Un viaggio nel postcomunismo, sulla morte del socialismo, e anche un viaggio nel proprio passato

Per arrivare dunque dove? (Ed è qui che Giorgio va oltre i suoi pur bellissimi racconti): vivere fuori del tempo storico in una situazione perennemente provvisoria, e al fondo di questo c’è anche un edonismo nobile, una ricerca di armonia che è anche basata su uno stare fuori della realtà, una sorta di ascetismo, non doloroso, ma felice, la candela che Ghirri dice di accendere se manca la lampadina.

“Non c’è niente da fare: anche qui, come altrove, è inevitabile crearsi una zona di protezione in cui rifugiarsi, e a questa zona dare magari il nome di realtà. ”

Io vorrei sottolineare questa ricerca di armonia, e paragonarla con l’opera di Ghirri, in cui c’è una continua presenza dell’armonia. In una mia individuale interpretazione, Ghirri è un uomo del Rinascimento che mostra non la realtà, ma la realtà come dovrebbe essere. Qualcosa che a che vedere col platonismo. E questa scelta di rifuggire l’orrore è una scelta non romantica, antiromantica; questa ricerca di armonia accomuna Messori e Ghirri. Se il mondo è un orrore, mostriamo come dovrebbe e, anche, potrebbe essere. Costruire un’armonia che è fuori dal reale, o isolare (cercare) quegli aspetti del reale che escludano l’orrore e con cui si possa costruire un’armonia. Giorgio è perfettamente conscio dell’orrore che permea il mondo; non finge che questo orrore non esista; parla della guerra che è a pochi chilometri; ma cerca di vivere in un non mondo, magari basato sulla semplicità, o sulla rinuncia, in cui questo orrore sia bandito.

Sono passati anni dalla morte di Luigi e di Giorgio, e sono passati anche anni da quel convegno su Giorgio che facemmo a Roma. In questi ultimi (e ultimissimi) anni il tempo è scorso velocissimo. L’idea di costruire una propria vita reale o un ideale estetico basato sulla rinuncia e sulla fuga dalla realtà appare forse oggi risibile, irrealizzabile. L’orrore ci sta sommergendo.

E’ troppo tardi. In questo senso forse Giorgio e Luigi ci appaiono come uomini del passato. Basta poco, in questo tumultuoso avanzare dei tempi, per divenire uomini del passato. Ma si tratta di un passato che bisogna conservare, che dobbiamo conservare.

Carlo Bordini

Vittore Fossati. Moinaq, Uzbekistan, 2001Vittore Fossati. Moinaq, Uzbekistan, 2001 

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2 thoughts on “Carlo Bordini: Appunti per un convegno su Giorgio Messori

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