La ribellione dolce ma persistente di Roberto “Freak” Antoni

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Ho conosciuto Roberto Antoni prima che diventasse “Freak Antoni”. Nel 1974 ci trovavamo entrambi alle lezioni di Gianni Celati al DAMS e lui aveva un aspetto da bambino timido e impacciato. Parlava poco e chiedeva molto. Lo faceva in modo educato, insinuando l’ipotesi che non aveva capito bene perché forse non ci arrivava o che per lui erano concetti profondi mai sentiti prima. Era sempre meravigliato, appagato e grato di qualsiasi risposta gli fosse data. Abbiamo subito fatto amicizia perché entrambi vestivamo e ci comportavamo in modo sobrio, da geometri di provincia, mentre in quegli anni gli studenti si esibivano con abiti stravaganti e si salutavano con gesti amplificati. Però quel ragazzo che aveva sempre gli occhi sgranati, che sembrava sempre trovarsi per caso in qualsiasi luogo, di tanto in tanto aveva delle intuizioni geniali ed era veramente simpatico. Dopo le lezioni spesso ci trovavamo con Gianni in un bar e si continuava a parlare e a raccontarci delle storie, avevamo formato un piccolo gruppo di sbandati dal DAMS. Ogni giorno sfornavamo idee per nuovi progetti da realizzare e spesso ci rendevamo conto che ci piaceva di più fantasticare sui progetti che realizzarli. Pensare di impegnarci a realizzarne uno ci avrebbe poi impedito di continuare a fantasticare. Spesso ero invitato a pranzo da Roberto a casa sua, in via Marzabotto, i suoi genitori avevano una macelleria e la sua famiglia era come la mia, persone semplici che non capivano cosa stesse facendo il figlio ma che accettavano di buon grado la presenza degli amici. La nonna era molto importante per Roberto, con lei condivideva la camera, che ricordo sempre buia, sul comodino di Roberto alcuni libri, su quello della nonna le medicine. In quella casa modesta, com’era la mia, c’era però un pianoforte nero che io strimpellavo e lui improvvisava brani e piccoli racconti, ma ancora non sapeva che avrebbe fatto il cantante e non ci pensava.

Con lui mi sentivo il fratello maggiore e spesso ci davamo compiti di letture e scambiavamo impressioni. Gianni ci seguiva e provocava le letture: prima la Beat Generation, Marcuse, la controcultura americana, e poi Deleuze e Guattari, Foucault, Robbe-Grillet e gli italiani Melandri, Camporesi e Guido Neri che ci ha fatto conoscere e poi per Roberto, Lewis Carroll che lo ha portato a scrivere la tesi sui Beatles. Tra il 1974 e il 1976 eravamo sempre insieme e nel gruppo Roberto ha stupito tutti con la sua verve che all’inizio nascondeva, ma poi, con il tempo, è emersa inevitabilmente e ha conquistato ognuno. Ricordo un ultimo dell’anno che ci ha intrattenuto per ore facendo Mike Bongiorno e interrogando con quiz inventati sul momento tutti noi del gruppo, Gianni e alcuni suoi amici professori. Con un palcoscenico Roberto si trasformava, senza mai andare sopra le righe, sapeva tenere la scena con garbo e appropriatezza, usciva un altro da sé, di cui era consapevole ma che non esibiva facilmente.

Con le sue passioni era serio, ci credeva profondamente, forse troppo profondamente, si faceva prendere, le seguiva senza risparmio fino quasi all’orlo dell’ossessione. La sua onestà intellettuale lo portava a chiedere sempre di più a se stesso e a cercare con rigore le idee per cui si stava adoperando, anche se sembravano follie. Non sempre riuscivo a seguirlo ma ho sempre avvertito che era onesto e sincero con se stesso, nessuna smania di sembrare originale.

Il 1977 è stato l’anno della nostra separazione, io mi sono laureato e non trovando lavoro ho fatto per un anno il muratore mentre Roberto si è buttato nella sua tesi sui Beatles. Ci vedevamo ancora ma sempre più di rado, ho seguito le sue vicissitudini con la tesi e mi leggeva le prime idee su fantomatici gruppi demenziali: gli Amorfi erano un gruppo quasi inesistente, i Panik furono presi dallo spavento e lasciarono subito la città, gli Stress avevano un rock paranoico e nevrotico simile a quello degli Smanias. Io non capivo bene cosa stesse facendo in quel periodo, mi sembravano barzellette ma in verità Roberto stava trovando la sua voce e impostando il suo stile. Gianni invece lo aiutava molto, lo sosteneva, lo incoraggiava a continuare. Per Roberto, Gianni ha sempre rappresentato un punto di riferimento importante, e anche quando qualcosa tra loro si è rotto, Roberto ha continuato a pensarlo come il suo mentore e mi chiedeva sempre di lui e si dispiaceva di non potergli almeno scrivere. Non so esattamente cosa sia successo tra loro, a Gianni non l’ho mai chiesto e Gianni non mi ha più parlato di Roberto.

In uno dei nostri incontri del 1977, passeggiando per Bologna, con un ampostil nero scriveva la parola Skiantos ovunque: sulle cabine telefoniche, sulle cassette postali, sulle biciclette, sulle vetrine dei negozi. Forse il primo esempio in Italia di quella che oggi viene definita “guerrilla communication”.

Nel luglio del 1978 io mi sono sposato a Vigevano e lui è apparso nel pomeriggio avanzato, inaspettato. Aveva solo poche indicazioni ed è arrivato tardi alla chiesa e non sapendo dov’era il pranzo, ha girato per ore con un taxi per cercare il ristorante. Mi ha fatto un enorme regalo ad esserci e ricordo che si è presentato con una bellissima sveglia nera. Poi ci siamo persi di vista, sapevo che era diventato “Freak Antoni” e seguivo le sue notizie ma non avevamo più occasione di sentirci. Nel 1982 stavo facendo un corso di regia televisiva e una ragazza con cui stavo progettando un corto mi ha detto “Come attore potrei chiamare il mio ragazzo: è “Freak Antoni”. Alcune sere dopo ci siamo incontrati prima di un concerto degli Skiantos e il Roberto che avevo conosciuto io, in effetti, era diventato “Freak Antoni”.

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Roberto sfuggiva all’imbarazzo facendo battute di cui la sua ragazza si vergognava un po’, e lei continuamente lo tratteneva. Sentivo che gli faceva piacere incontrarmi ma in effetti era altrove. Non trovavamo le parole da dirci anche se era rimasto un profondo affetto, però le esperienze che stavamo vivendo erano troppo diverse, in un qualche modo non ci riconoscevamo. Lui era entrato in quel personaggio e il Roberto Antoni dell’università non l’ho più rivisto. Un paio di anni dopo ho saputo che la sua ragazza era morta di overdose tra le sue braccia e qualcuno mi ha detto che per lui è stata una grande tragedia. Ho seguito le sue pubblicazioni e il suo percorso artistico e ho tenuto una lezione sul rock demenziale di “Freak Antoni” in un liceo. Alcuni anni dopo l’ho chiamato per tenere alcune lezioni su di sé e su un libro che aveva appena scritto “Vademecum x giovani artisti” in cui aveva raccolto innumerevoli aforismi per tentare di definire il lavoro artistico ma soprattutto a diffidare dei maliziosi manager. Sono andato a prenderlo nella sua casa di via Marzabotto, salendo in macchina mi disse “Lo sapeva che non avrebbe sposato un commercialista” si era appena sposato ed era nata una bambina. Mi raccontò anche che un manager lo aveva perseguitato e che un avvocato, che doveva difenderlo dal manager, lo aveva rovinato del tutto. Le sue lezioni erano illuminanti per gli studenti, era diventato una sorta di guru: profondo e preciso nelle analisi quanto profetico e provocatorio nelle previsioni.

Il lavoro di Roberto è ancora tutto da scoprire e da riconoscere, con coraggio ha fatto il ribelle mite, amato da tutti, ma l’ha fatto davvero. Solo il Premio Tenco del 2010 ha finalmente riconosciuto l’originalità della sua attività come operatore culturale.

Se n’è andato un grande amico, una persona rara per intelligenza e umanità del cuore, uno dei pochi che ha inseguito con tenacia i suoi sogni, riconoscendo loro la fondatezza e il valore di un’esistenza.

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