DOSTOEVSKIJ. Alcune riflessioni sull’ineseuribile ricchezza del suo pensiero.

A T.

Bene e Male

In tutta l’opera di Dostoevskij il tema centrale è l’operare di due grandi sistemi: quello del Bene e quello del Male. Non si tratta tanto di forze contrapposte in lotta tra loro quanto piuttosto di due sistemi di idee, due diverse modalità di concepire e di rappresentare il mondo, due luoghi del pensiero nei quali i personaggi si trovano ad agire. Dostoevskij non crede che gli uomini si dividano in buoni e cattivi, perché in ciascuno c’è sempre sia il bene che il male, anche nella persona più cattiva riluce qualche aspetto di bene, come nella più buona è insediato l’istinto malvagio. Perfino Alesa è un Karamazov “sensuale per parte di padre e un po’ folle per parte di madre”. Infatti i quattro fratelli Karamazov, rappresentano l’intera umanità, con diverse gradazioni di bene-male che agiscono in loro. Ma Dostoevskij non si accontenta di descrivere personaggi comuni, nel suo laboratorio li purifica fino a farne degli eroi del bene (Alesa, il Principe Myskin) o del male (Stavrogin, Raskol’nikov, Ivan). Inventa personaggi estremi per capire il limite dell’uomo, l’infrangersi del sogno di riscatto per chi non accetta le regole umane (Raskol’nikov) o divine (Ivan) e osa ribellarsi. In questi ultimi personaggi Dostoevskij descrive l’azione disgregatrice del male fino alla follia (Ivan) o al suicidio (Stavrogin). Il primo processo dell’azione del male è quello della scissione, la personalità viene divisa in due: c’è quella buona, in cui l’io si riconosce e quella cattiva che l’io rifiuta. La convivenza tra bene e male, io e sosia, ego e alter-ego, genera una battaglia, una tensione che spezza prima o poi l’equilibrio della personalità. Se all’inizio la persona tenta di non riconoscere il sosia depravato e corrotto e di trattarlo come un’idea fantasmatica e irreale della mente, il sosia progressivamente impone la propria presenza. Ivan viene visitato dal demonio e non può sfuggire al dialogo con il male annidato nel proprio cuore. E’ proprio il prendere coscienza dell’esistenza di un alter-ego, con il diverso dentro sè, con il male che si è fatto presenza che produce il cammino verso la dissoluzione (Ivan e Stavrogin) o la redenzione della colpa nell’accettazione del castigo (Raskol’nikov). Per Ivan, il male che prende carne, il primo contatto con il proprio alter-ego è il fratellastro Smerdjakov, colui che arbitrariamente ha messo in atto le sue tentazioni.

“L’ho fatto perchè “tutto è permesso”. Me lo avete insegnato voi, infatti, allora me lo avete ripetuto tante volte: perché se non esiste un Dio infinito, non esiste neppure la virtù, anzi non ce n’è proprio bisogno. Così dicevate. E così ho ragionato io”.

Smerdjakov ha concretizzato le teorie di Ivan, i suoi propositi inconsci, ha reso azione i suoi sentimenti bestiali. “Tutti vorrebbero uccidere il padre”. Ivan odia Smerdjkov, non vuole riconoscere il suo alter-ego, ma progressivamente la sua coscienza non può esimersi dalla responsabilità di questa tacita complicità. A questo punto il male entra nella coscienza prendendo il sopravvento e la dissoluzione della personalità è un processo irrefrenabile. “Se l’ha ucciso Smerdjakov è certo che anch’io sono un assassino”. Il dialogo con il diavolo rappresenta l’ultimo atto della disgregazione ed è illuminante per capire la concezione di Dostoevskij sull’essenza del male. I principi attuati dal male sono due: il primo è il bisogno di incarnarsi nella vita umana, di prendere realtà, quindi di “essere”, il secondo, a prima vista contradditorio, è che il male è un non-essere quindi il suo spingere verso il nulla, alla distruzione finale che trova nell’omicidio e nel suicidio le più visibili delle forme di dissolvenza.

Ma perché esiste il male?

Forse tutto il pensiero di Dostoevskij ruota intorno a questa domanda poiché la sua risposta vuol dimostrare la perfezione di Dio e la supremazia del bene sul male. Ciò che è veramente necessario al bene è che sia scelto liberamente. L’esperienza più profonda dell’uomo è quella della libertà: cioè la libertà di scegliere tra il bene e il male. Il bene non potrebbe esistere se fosse imposto e quindi accettato senza il dubbio perché negherebbe la sua più fondamentale caratteristica, quello di poter essere scelto. Se il bene non potesse essere scelto, anche il male non potrebbe essere scelto e il bene come necessità non avrebbe più nessun valore, negherebbe se stesso come valore supremo. Quindi il bene va raggiunto; Dostoevskij nega la possibilità di essere “dati in una fede” come verità di fatto; la verità passa solo attraverso la libertà del dubbio. Da qui la necessità che esista anche il male perché la libertà è libertò di bene solo se è anche libertà di male. Così nel Grande Inquisitore “Invece di principi sicuri, per tranquillizzare la coscienza umana una volta per sempre, tu hai scelto quello che c’era di più problematico. Hai moltiplicato la libertà umana, e hai oppresso per sempre col peso dei suoi tormenti il regno spirituale dell’uomo”.

Così l’uomo, da sempre, si è trovavato di fronte ad un bivio: libertà di obbedienza (servizio prestato alla verità) o libertà di ribellione (libertà di godere del frutto proibito per diventare simili a Dio)? Il racconto del peccato originale indirizza le due grandi scelte a disposizione dell’uomo e ne prefigura il destino d’arrivo in due paradigmi di identificazione. La libertà come obbedienza ha per oggetto una verità preesistente quella di Dio e la figura di immedesimazione per l’uomo è quella di Cristo, cioè il Dio-Uomo; la libertà di ribellione ha invece per oggetto la negazione di Dio e quindi innalza l’uomo a superuomo, oltre i limiti di ogni concezione morale umana o divina, ovvero l’uomo che vuole essere Dio: Uomo-DIO.

Le tre categorie umane: Superuomo – Uomo comune – Umili.

Dostoevskij propone un di ordinamento gerarchico dell’umanità, una specie di ordine astratto che regola i rapporti tra le persone. Sembra avere in mente una sorta di mappa dei valori umani che descrive in tre grandi categorie che ritroviamo sintomaticamente nei tre fratelli Karamazov: Ivan, Dimitrij e Alesa. Queste categorie, che vengono più lungamente teorizzate in Delitto e Castigo, rispecchiano una gerarchia di potere: la prima, quella del superuomo domina sulla seconda quella dell’uomo comune e la seconda domina sulla terza, quella degli umili. Ma Dostoevskji inserisce una sorta di giustizia circolare poiché il superuomo è dominato dalla forza di sottomissione degli umili.

    a) Il superuomo: l’uomo che attraversa il male. Le principali figure del male sono: Raskol’nikov, Stavrogin e Ivan.

Sono gli “uomini napoleonici”, che con le loro doti eccezionali sono in grado di cambiare le regole acquisite, di crearne di nuove. Trasgrediscono le leggi umane e divine, commettono delitti e versano sangue, spesso per finalità arbitrarie di bene. La loro intrinseca qualità è proprio data dal fatto di essere in grado di attraversare il male, di caricarlo sulla propria coscienza, di affrontarlo senza il timore della colpa. La trasgressione del limite della norma implica l’affermazione della propria libertà illimitata, di una sfida al divino. I tre personaggi sopraccitati ci riportano tuttavia tre diverse versioni di superuomo:

a) Raskol’nikov è il superuomo in potenza, colui che sfida se stesso – uomo – commettendo un delitto gratuito per provare, alla propria coscienza, il suo valore di uomo eccezionale. E’ ancora il superuomo che si dibatte nella morale e che quindi, alla fine, potrà essere redento dall’amore di Sonia che lo farà ritornare nella categoria degli umani attraverso l’espiazione dei suoi peccati.

b) Stavrogin è invece il superuomo fuori dalla morale, al di là del bene e del male, che sente questi valori dei pregiudizi inventati dai costumi sociali. La sua è la ribellione contro il Dio/Giudice e per lui non c’è possibilità di redenzione perché dentro di sè non c’è la vita ma solo il male nel suo non-essere e quindi il suo destino è quello di dissolversi nel nulla e di dissolvere nel nulla tutto ciò che avvicina. Stavrogin è anche il simbolo della bellezza del male, il fulgore e l’energia che brilla agli occhi degli altri, che genera passioni negli altri, ma le passioni non toccano il suo cuore. E’ il carisma naturale che attira a se e che fa lievitare nelle coscienze altrui il proprio male.

c) Ivan è il superuomo che sfida il Dio/Creatore: tutto il creato non ha senso. La sua ribellione è verso il pensiero di Dio, il suo ateismo crede in Cristo ma non ne ha bisogno (il Grande Inquisitore). La sofferenza, soprattutto quella gratuita sui bambini, getta su tutto il creato una luce buia di non-senso al punto da dedurne l’inesistenza di Dio.

  b) L’uomo comune. Dimitrij – l’uomo nuovo.

Alcune figure sono: Nastas’ja Filippovna e Grusenka, Katerina Ivanovna e Aglaja, Dimitrij e Rogozin, Varvara Petrovna, Smerdiakov e Petr Stepanovic.

Questa categoria rappresenta l’uomo comune, la massa dei più. Nel loro piccolo teatrino della coscienza si agitano le passioni terrene (il potere, l’amore) e soprattutto i simulacri, le rappresentazioni, le simulazioni e le dissumulazioni del bene e del male: alcuni credono di essere anime buone (schilleriane) e non riconoscono la bassezza dei loro falsi sentimenti. Bene e male sono mischiati tra loro, poichè non hanno la forza di viverli nella loro essenza, in una forma superiore, pura. Sono i deboli non sostenuti dalla forza del carattere (Doestoevskji nelle sue memorie dal carcere ha occasione di incontrare e di descrivere i grandi criminali, coloro che hanno la consapevolezza della loro superiorità di carattere: che non hanno nessun pentimento e non temono nessuna punizione). Questa è la categoria dei deboli, coloro che hanno bisogno della norma etica su cui regolare la propria coscienza contrapposta alle altre due categorie che sono i forti collocati a pieno titolo nel bene e nel male. Anche in questa categoria troviamo diverse tipologie umane descritte da Dostoevskij:

Nastas’ja Filippovna e Grusenka: donne eccezionali ma consumate dal senso colpa di essere state sedotte.

Katerina Ivanovna e Aglaja: donne che fanno dell’amore un terreno di lotta per l’affermazione di se.

Dimitrij e Rogozin: la passione senza controllo, pura e folle.

Varvara Petrovna: la sete di potere e di dominio sulla vita degli altri.

Smerdiakov e Petr Stepanovic: l’uomo debole che per ammirazione ed emulazione viene accecato dall’uomo forte – angelo del male (Ivan e Stavrogin).

Marmeladov: l’uomo al più basso livello di abiezione, arreso alla debolezza del vizio al punto da lasciare che la figlia si prostituisca e che i suoi bambini soffrano la fame e il freddo.

Queste sono solo alcune delle tipologie che ritroviamo, con nomi diversi, in alcuni romanzi con la loro compostezza di quadro psicologico alle prese con medesimi problemi e legati indissolubilmente ad un tragico destino già dato.

Tra questi personaggi solo Dimitrij rappresenta qualcosa di diverso nell’opera di Dostoevskij, ovvero l’idea di “uomo nuovo”: il peccatore che riscatta la propria anima accettando una colpa non sua (Dimitrij parte per la Siberia condannato a 20 anni di lavori forzati). Probabilmente quest’idea è anche una forma di riscatto personale per Dostoevskij anche lui condannato ingiustamente ai lavori forzati.

Chi è l’uomo nuovo?

E’ l’uomo che non ha più l’ambizione di ribellarsi. Che accetta il proprio destino senza pensare che sia ingiusto: qualcosa viene dato (l’ amore corrisposto di Grusenka), qualcosa viene tolto (la libertà). La vita, la libertà di vivere è il più grande regalo che ci è stato fatto, tutto il resto deve essere accettato.

c) Gli umili.

Le figure del bene sono: Alesa, il principe Myskin, Sonja, Lizaveta, Maria Lebjadkina, il pellegrino Makar.

In queste figure del bene Dostoevskij vuole descrivere tutti coloro che si trovano respinti ai margini della società perché sono i miti, gli obbedienti, i fanciulli, tutti coloro che non hanno nessun interesse a competere per i comuni desideri umani. Quello che è interessante tuttavia è che Dostoevskij non pensa che costoro saranno solo gli eredi del Regno di Dio, premiati in un mondo dopo la vita, costoro, in verità sono i veri dominatori anche sulla terra. Il bene è silenzioso e queste figure, con la forza della loro umiltà dolcezza sottomissione pazienza pietà mansuetudine, riescono nel compito umano più difficile: nel sacrificio di se stessi per il bene dell’altro. Nessun carattere per quanto superominico puù resistere alla loro forza di persuasione, al loro esserci senza chiedere nulla, alla loro capacità di amare in modo totale, di perdonare e di portare su di se il senso della colpa altrui. Raskol’nikov quando incontra Sonja Marmeladova sa che raccontando il suo segreto la legherà per sempre a se, e sa che lei sarà la sua redentrice ma sa anche che, per accettare il proprio fallimento, la caduta dal regno del superuomo a quello dell’uomo comune, richiederà ancora molto cammino.

Nell’Idiota, Dostoevskij vuole rappresentare “un uomo assolutamente buono”, l’ideale supremo della bontà, un nuovo erede della figura di Cristo. In una sua lettera riferisce sulla difficoltà di questo progetto e dei fallimenti per tutti gli scrittori che hanno voluto affrontare questo tema, l’unico personaggio riuscito è Don Chisciotte dice Dostoevskij. “Ma egli è buono perché nello stesso tempo è comico”. Anche il principe Myskin spesso si trova in situazioni paradossali, tra il comico e il tragico, proprio perché contemporaneamente esistono più piani di realtà: quella degli uomini comuni, con le loro astuzie desideri passioni e quella degli uomini del bene che portano con se la luce di altre ragioni, che rinviano a logiche superiori, diverse, ultraterrene. Per fare un esempio quello che prova il Principe Myskin per la Filippovna, non è amore: semplicemente una sconfinata ammirazione per la sua bellezza e una sconfinata pietà per la sua sorte, ma questo sentimento viene frainteso poiché non può essere capito secondo le concezioni comuni dell’amore.

Myskin e Alesa possiedono l’innocenza dei fanciulli, l’anima che non ha peccato. Come Raskol’nikov quando incontra Sonja Marmeladova vede la sua redentrice, così Natas’ja Filippovna vede in Myskin il suo redentore “…per la prima volta ho veduto un uomo”. Se le figure della mitezza femminile sono a noi più comuni, certamente più lontano al comune modello di virilità è quello che ama la Filippovna. Il Principe è un uomo malato, ritenuto dai più un idiota, certamente lontano da figure di dominio, di mondanità, di seduzione.

Ma è l’uomo che ha il perdono dentro di se, che non disprezza il male, che accetta nel peccatore il proprio fratello naturale.

Qual è dunque la differenza tra una concezione amorale come quella di Stavrogin che non vede nessuna differenza tra il bene e il male e può alternare il suo comportamento indifferentemente tra l’uno e l’altro e quella del Principe Mynski (quella di Cristo) che accetta il peccatore come suo simile e si fa carico del peccato altrui come fosse il suo?

In entrambe queste concezioni c’è una sorta di sospensione della morale: bene e male annullano le loro valenze di positivo e negativo e sono poli indifferenziati. La differenza che Dostoevskji suggerisce è che, le figure del bene (quindi Cristo), annullando il negativo del male lo esaltano per innalzarlo a valore di bene attraverso il gesto del perdono. Il perdono è l’atto d’amore per eccellenza poiché la razionalità della giustizia viene annullata dalla forza del cuore. La più antica e unica vera legge dell’uomo è riconoscersi simile a tutti gli altri.

Questa legge per Dostoevskji è intuitiva infatti la fa dire ad un bimbo innocente non ancora in età di pensiero. E’ lo Starec che racconta la lezione imparata dal giovane fratello morente in uno degli ultimi colloqui con la madre: “Ti dirò un’altra cosa, mamma; ognuno di noi è colpevole di fronte a tutti gli altri, e io più di tutti. – Allora la mamma non poté fare a meno di sorridere: – Ma come è possibile che tu sia colpevole di fronte a tutti e più di tutti? Al mondo ci sono degli assassini, dei briganti, ma tu quali peccati hai fatto in tempo a commettere, per accusarti così? – Mammina, sangue mio, credimi, ognuno è realmente colpevole di fronte a tutti gli altri, ed è colpevole di tutto. Io non te lo so spiegare, ma sento che è così”.

M. M.

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